Luigi Malè

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“L’ho buttato giù con un destro”. La storia del campione Luigi Malè.

Emanuela Moroni  Roberto Pomi.  Collana sport

“Poteva stendere un uomo solo con un pugno ma non gli ha mai fatto piacere parlarne. E’ il mio lavoro, disse, lo faccio perché mi pagano e quando é finito l'incontro voglio solo al più presto possibile tornare per la mia strada”. Difficile pensare che Bob Dylan, quando scriveva la sua celebre canzone ‘Hurricane’, avesse mai sentito parlare di Luigi Malè, o Giggetto come in tanti lo hanno chiamato nel corso della sua carriera. In quelle parole, dedicate ad un altro personaggio (suo malgrado) del mondo della boxe come Rubin Carter, c’è però forse l’essenza di una disciplina che Malè ha saputo praticare al massimo delle sue forze, lottando sempre contro tutto e tutti. Ha affrontato avversari temibili, ha duellato con australi precursori di Mike Tyson ma anche con una bilancia che spesso gli è stata contraria, ha vinto a dispetto di giudici ostili al limite della premeditazione, ha saputo conquistare spettatori che prima lo fischiavano e viaggiare per mare verso un continente sconosciuto e lontano. Lo ha fatto perché quello era il suo lavoro e perché lo pagavano ma, una volta finiti gli incontri, è tornato per la sua strada, dalla sua famiglia che lo aspettava e dagli amici. Ma è tornato anche da una città che, salita idealmente sulle sue possenti spalle, ha saputo rialzarsi e sognare, ha vissuto un riscatto sportivo dopo il lungo periodo buio della guerra e lo ha eletto a suo idolo indiscusso tra la fine degli Anni ’40 e la prima metà degli Anni ’50. Quando ha conquistato il titolo italiano dei pesi leggeri ai danni di Fusaro, ‘espugnando’ Milano in un match finito ben oltre il suono del gong, è ripartito in treno verso la sua amata Pianoscarano ed ha trovato ad attenderlo una città intera che gli ha tributato gli onori dovuti ad un eroe. Tantissimi giovani si sono identificati in lui, in quel ragazzo semplice con un volto da pugile che era anche un volto umano di persona generosa, capace di non esaltarsi troppo per i successi ottenuti e di condividere le sue gioie con chi gli era più vicino. Malè è stato generoso sul ring, nel dare la caccia al titolo italiano, nel difenderlo dagli assalti di grandi campioni come Loi e nel cercare sempre di andare avanti. Malè è stato generoso anche fuori dal ring, nelle sue professioni di macellaio e di custode dell’Istituto Paolo Savi, aiutando chi aveva bisogno di lui ma sempre con la grinta di chi, come canta Gianni Morandi, “ama, come amava allora, salire sopra quel quadrato e fare a pugni con la vita perchè non e' un cazzotto a farti male o a lasciarti una ferita”.

Per questo è stato amato e seguito, per questo a lui è stato intitolato il palazzetto dello sport di Viterbo e il suo nome rappresenta un modello per chi si avvicina alla ‘nobile arte’. La sua è una storia forse simile a quella di tanti altri come lui, eppure unica e moderna, una storia di sudore e sacrificio, da leggere tutta d’un fiato.

 

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